Sapore di mare

Tante volte a Berlino mi sono ritrovata a immaginare il sapore di mare: quello schiaffo di iodio che rende la pelle umidiccia, che insaporisce le labbra e che fa lerci i capelli. Ci pensavo sulle scale del Französischer Dom, mentre mi squagliavo al sole immersa nella lettura; ci pensavo all’ingresso della metro di Frankfurter Allee (tutto, pur di evadere da quell’inconveniente di odori impossibili da codificare); pensavo al sapore di mare in estate (banale), durante l’inverno, con l’arrivo della primavera, guardando i palazzi fuori dalla finestra dell’ufficio. Una malattia. 

Una visita ai congiunti

La voglia di sapore di mare si sarebbe dovuta placare con il trasferimento a gennaio in Sardegna, ma sapete tutti com’è andata a finire. Fortuna esistono i congiunti. I miei, nella fattispecie, sono quasi tutti concentrati in zona Lido, e, nonostante esistano strade più brevi per raggiungerli, opto sempre per la via del mare. D’altronde il destino ha un debito difficilmente estinguibile. 

I miei congiunti, oltre a trovarsi nello stesso quartiere, abitano per la maggior parte all’interno dello stesso edificio: una figata e una rottura di cazzi infinita allo stesso tempo. Tipo quando riuscivo a rientrare inosservata oltre l’orario concesso dai miei e, puntualmente, uno dei miei diecimila zii asseriva davanti a mia madre il momento preciso in cui mi aveva sentito rientrare la notte prima. 

No zì, guarda che era l’una”. 

No no, erano le tre, ho controllato”. 

Ma magari ti stai confondendo con cugino D.

No no, riconosco le chiavi, erano le tue”. 

Sì va beh, e riconosci le chiavi di tutti?”. 

Sì, nipote A. è rientrato prima di te ieri e D. non è proprio uscito”. 

Ma porca puttana. 

Non lo faceva per male, solo per una questione di rigore etico. E in fondo aveva ragione lui. 

Ricompense

Avventurarsi a casa mia significa che se vai a trovare un componente della famiglia, c’è un’alta probabilità di incontrare un intero albero genealogico. E quando ero piccola era bellissimo beccarli tutti: casualmente tornavo a casa gonfia di caramelle, cioccolato e tegamini di minestrone. Ne andavo pazza, non chiedetemi perché. 

Ora però la questione è diversa, perché nonostante l’età, le modalità di coccola del parentado non sono cambiate molto. E considerato che in questa quarantena ho preso un chilo ogni volta che ho acceso Netflix, non posso permettermi di accumulare ulteriore strato adiposo quando mi imbatto in un parente.

Sapore di mare, sapore di carboidrati

L’altro giorno c’era il sole: l’occasione perfetta per fare una pedalata, andare a trovare la famiglia e trangugiare quantitativi vergognosi del succitato sapore di mare. Tutte attività utili per concentrarsi su qualcosa che non coinvolga necessariamente una forchetta e una bocca. 

Arrivo a casa. Nemmeno aperto il cancello che trovo mia zia affacciata, pronta a braccarmi con la promessa di una fetta di torta. Rifiutare è da maleducati, dicevano, perciò la prendo. Me la propone anche in versione take away. Ma stavolta rifiuto. “Ma G. così non la assaggia!”. Chi se ne fotte di G., zia! Non mi assumo la responsabilità di restare sola con un pezzo di torta nel tragitto che mi separa da casa! Saluto la congiunta e vado a cercare conforto da mia madre: “hai già fatto merenda?”. Mi chiede sfilandomi il grembiulino dopo una giornata passata a giocare con feltro e punteruolo.

Sì, ho mangiato Mà”. 

Ah, ma ti ho preso il gelato senza lattosio”.

Basta, grido al complotto. Ecchecazzo. 

Attività fisica

Per tornare a casa, anziché la strada più breve di 12 minuti, sono costretta a prenderla larga, infilandomi in ogni molo del porto con la speranza di riportare la glicemia a un livello decente. Mezz’ora fa avevo detto a G. che stavo rientrando, ma tutta quell’acqua è magnetica, devo fermarmi; mi fa pensare a Berlino, a quando immaginavo il sapore di mare in tutta la sua umidità, al leggero pizzicore provato al respiro. Ora è lì, davanti a me, e non ne avrò mai abbastanza. 

L’alternativa al mare

Qualche anno fa, dopo aver realizzato che sarei stata in Germania a lungo, avevo deciso di scendere dal trono dell’altezzosità per apprezzare ciò che avevo a disposizione. I laghi sono diventati allora il mio rifugio acquifero nelle giornate calde, lo spazio ideale in cui concedermi del tempo per riflettere ma anche semplicemente per grattarmi, senza troppa filosofia. 

Ho accettato la sensazione di terriccio a contatto con l’acqua, il calpestio melmoso del fondale, lo scontro con fronde e piante, la visione negata dei piedi. Ok, non era come il sapore di mare, ma era pur sempre di grande consolazione. 

I congiunti invece, quelli no che non hanno trovato rimpiazzi. Perciò, a chi mi chiede se sono contenta di essere tornata in Sardegna, merendine a parte, rispondo: “Decisamente sì”.

E fanculo ai laghi.